Ciao, mi chiamo Lauren e io "insegno" l'inglese (il motivo delle virgolette lo scoprirete più avanti.) Più di 10 anni fa mi sono trasferita in Italia dagli Stati Uniti. Un giorno ho conosciuto due studentesse universitarie che cercavano una madrelingua per fare ripetizioni di inglese. Il mio primo pensiero è stato, "Che diamine so io di come insegnare l'inglese?" Infatti, ho esitato inizialmente perchè non l'avevo mai fatto prima e non avevo nessuna qualifica. Ma tutto ciò non importava alle ragazze. Per loro era già abbastanza che ero madrelingua. Così ho cominciato a dare ripetizioni, goffamente, seguendo il loro testo scolastico. Per svolgere queste lezioni ho dovuto reimparare tutte le leggi di grammatica che avevo presto dimenticato finita la scuola. Potrei commentare di più su questa dimenticanza comune della grammatica, ma lo lascio per un'altro momento. Inizialmente mi sentivo molto inadeguata, ma pian piano mi abituavo a questo sentimento e col tempo altre persone cominciavano a chiedermi ripetizioni.

Ho cominciato a lavorare con studenti di diversi tipi, da ragazzi della scuola media che dovevano studiare per le verifiche, a professionisti che volevano rispolverare l'inglese prima di un viaggio all'estero per lavoro. Cercavo di essere preparata quanto possibile ma non avevo un vero metodo. Con l'andare del tempo cominciavo a sentire una nuova spiacevole sensazione... inefficacia. Non avevo modo di misurare i progressi dei miei studenti e mi domandavo se i miei tentativi di insegnare questa lingua, un po' a casaccio, producevano qualche risultato reale. Non mi sentivo sicura del valore del mio insegnamento. Ho tirato avanti ragionando che i miei studenti continuavano a venire perché percepivano dei progressi, però una parte di me ancora credeva che tornavano solo per un miscuglio di frustrazione e speranza.

Poi c'è stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso della mia coscienza. La scuola elementare del mio paese ha dovuto abbandonare improvvisamente il suo progetto di inglese per mancanza di fondi e mi hanno chiesto se potevo andare un paio di ore alla settimana per fare delle lezioni informali di inglese. Ho subito rifiutato. Non ero contraria ad aiutare la scuola ma già mi sentivo inadeguata con le mie capacità. Ora mi chiedevano di insegnare ai bambini?!?! nella scuola come una vera insegnante?!?! Mi sentivo totalmente impreparata, nonostante il fatto che avevo due piccoli bambini bilingue a casa.

Durante i giorni seguenti pensavo e ripensavo alla richiesta. Volevo aiutare ma avevo paura. Alla fine mi sono detta, &Lezioni fatte male saranno meglio di lezioni non fatte, no? E per di più, non mi pagano. Cosa possono pretendere?& Così ho iniziato a fare delle ricerche. Essendo laureata in Psicologia, ero particolarmente interessata nei meccanismi di apprendimento del linguaggio. Volevo capire quel processo per progettare lezioni mirate. Ho cominciato a studiare e confrontare i metodi di altri insegnanti di inglese in tutto il mondo.

Nel frattempo, la scuola ha trovato delle risorse aggiuntive e hanno assunto un'insegnante qualificata (sospiro di sollievo), ma ormai la mia passione si era accesa. Spinta dalla mia curiosità e dalla voglia di decifrare l'enigma di come si può insegnare bene una seconda lingua, mi sono immersa in libri, articoli, e studi di ricerca incentrati sul linguaggio. Man mano che procedevo cominciavo a capire che, invece di svillupare un metodo di insegnamento, nella mia mente nasceva una filosofia dell'apprendimento. Più leggevo e studiavo, più mi avvicinavo ad una sconvolgente conclusione: non si può insegnare l'inglese (o qualsiasi altra lingua)! Ecco il mio segreto imbarazzante: credevo di insegnare una cosa che in realtà non è insegnabile!

Già vi sento dire, &Come non è insegnabile??? A scuola insegnano l'inglese!& Ok, sì, insegnano certi elementi correlati alla lingua ma non insegnano la lingua in sè per sè. Possiamo constatare questo fatto guardando il basso numero di studenti che, dopo 13 anni di scuola, arrivano ad una vera padronanza della seconda lingua. Si può considerare acquisita una lingua quando uno può comprenderla principalmente nella sua forma orale. Il problema è che la comprensione non può essere trasmessa da una persona all'altra come la storia o la scienza. E non è un processo razionale di mettere insieme una fila di regole imparate a memoria. È qualcosa che avviene all'interno di ogni individuo quando ha a disposizione le informazioni necessarie per fare i collegamenti tra il mondo esterno e il linguaggio.

Il processo per acquisire una lingua è un po' come imparare a camminare su due piedi. Immaginate di dover &insegnare& a camminare ad un bambino. Gli spiegherete come deve muovere il suo piedino o le distanze precise dei passi? Di certo no! Gli offrirete appoggi e superfici piane e il suo piccolo cervello e corpo fa tutto il resto. Quindi, gli offrite condizioni semplificate nelle quali può sviluppare le sue capacità da solo.

La comprensione delle lingue avviene in modo simile. In contesti semplificati il nostro cervello comincia a creare delle connessioni. Inizialmente queste connessioni sono tutte sparse, ma pian piano si accumulano e formano una rete di comprensione sempre più vasta. Ma come un bambino fatica ad imparare a camminare in situazioni non adatte (es. terreni instabili), anche la comprensione non avviene se non in determinate condizioni. Il mio approccio alle lingue è di capire quali sono le condizioni ottimali per avviare la comprensione e ricrearle attorno agli studenti. Si focalizza esclusivamente sulla comprensione perché man mano che essa si evolve, inevitabilmente si sviluppa la conoscenza implicita della struttura grammaticale. È un approccio naturale che rispecchia il modo in cui impariamo la nostra prima lingua.

Invece a scuola spesso sono costretti, per vari motivi, ad usare un approccio inverso dove si tenta di arrivare alla comprensione tramite la conoscenza esplicita degli aspetti tecnici della lingua. Il problema è che il cervello umano non si è evoluto per apprendere le lingue in questa maniera, e quindi questo approccio raramente (io direi mai) porta alla vera acquisizione della lingua.

A un certo punto ho cominciato a capire le differenze tra questi due approcci. Uno, quello &scolastico&, è un percorso lungo e turtuoso. Può portare ad una conoscienza tecnica della lingua, che forse vi permette di superare esami di certificazione, ma senza sviluppare efficaci capacità comunicative. L'altro approccio, quello &naturale&, è un percorso continuo e piacevole che porta al vero piacere del bilinguismo. Al contrario dell'approccio scolastico, quest'ultimo non necessita di istruttori; si può seguire il percorso assieme ad una guida consapevole, ma anche da soli con solo un po' di buone indicazioni dall'inizio.

Adesso, invece di insegnare, guido i miei studenti a comprendere il processo di apprendimento e creare per loro le condizioni giuste perché quel processo avvenga. Tutti i sentimenti di colpa che sentivo quando &insegnavo& l'inglese ora sono sostituiti da sentimenti di soddisfazione quando i miei studenti mi raccontano che che hanno sognato in inglese per la prima volta (una sensazione veramente spettacolare), o che riescono ad avere conversazioni durante un viaggio all'estero. Finalmente sono contenta con i risultati che i miei studenti raggiungono e non nascondo più quel segreto imbarazzante!